Caso Narducci, l'inchiesta riparte da una lettera
Egle Priolo
22-Marzo-2013
PERUGIA - Lo strano caso del dottor Francesco Narducci, il ritorno. Se non fosse iniziata con una morte reale, sembrerebbe la terza puntata di una saga che pare infinita. Perché dopo archiviazioni e proscioglimenti, la Terza sezione della Corte di cassazione ridà pigolo al caso più controverso della storia giudiziaria e cittadina dell’Umbria. La morte del medico nel 1985, il suicidio, no l’incidente.
Anzi, la morte legata ai fatti del mostro di Firenze. I depistaggi, il doppio cadavere, le false testimonianze e la guerra del sostituto procuratore Giuliano Mignini e del super poliziotto Michele Giuttari. La vedova Francesca che vuole la verità e la famiglia del giovane gastroenterologo che non ha dubbi sul suicidio. Ma dopo un’accorata requisitoria del procuratore generale Pietro Gaeta che in 47 minuti ha chiesto ai giudici di annullare la sentenza di proscioglimento per la ventina di indagati, la Corte ha cancellato l’associazione per delinquere (finalizzata allo scambio di cadavere per nascondere, secondo le accuse, i legami del medico con il mostro) ma ha riaperto il mistero. Che riparte dalla lettera in cui Narducci dice addio.

La Terza sezione penale della Corte di cassazione, infatti, ha accolto parzialmente il ricorso della procura di Perugia e della vedova Narducci, parte civile con l’avvocato Francesco Crisi. Su venti capi d’imputazione, dieci sono prescritti (tranne per l’avvocato Alfredo Brizioli, che aveva rinunciato alla prescrizione) e per sette si dovrà tornare davanti a un giudice dopo l’annullamento della sentenza di non luogo a procedere firmata dal gup Paolo Micheli il 20 aprile 2010. Una decisione che crea il paradosso di mettere tutti d’accordo su un punto: la soddisfazione. Soddisfatto Francesco Falcinelli che assiste la famiglia, soddisfatti Luciano Ghirga e Giovanni Spina, legali di Alfredo Brizioli (amico e avvocato di Narducci). Contento David Zaganelli, avvocato dell’ex questore Francesco Trio. Soddisfatto Francesco Crisi che assiste la vedova Francesca Spagnoli. Tutti soddisfatti dal proprio punto di vista. «Il caso Narducci per noi è chiuso - dice Falcinelli -. Fine delle illazioni, cade l’associazione per delinquere che era l’architrave del processo. Francesco è morto per un suicidio».

«È andata bene - commentano Spina e Ghirga -. Per i reati non prescritti siamo pronti a parlare davanti a un giudice di merito. Ma le richieste del procuratore generale sono state svilite». «La Corte, rigettando i ricorsi della procura della Repubblica e della parte civile - ha ribadito Zaganelli -, ha confermato quanto tre anni fa sentenziò il gup: non c’è mai stato omicidio, occultamento o sostituzione di cadavere. Mai il questore Trio e le forze dell’ordine si misero a disposizione per nascondere alcun omicidio e per fare scambi di cadaveri. Il caso Narducci è definitivamente chiuso». E mentre il sostituto procuratore Giuliano Mignini preferisce il silenzio davanti a una decisione che, comunque, ridà slancio all’inchiesta seguita per anni, l’avvocato Crisi pensa ai redivivi capi d’imputazione che puntellano ancora il mistero sulla morte del marito della sua assistita. Perché il mistero c’è. Magari dal punto di vista giudiziario, senza l’associazione, restano reati di poco conto: falso, calunnie, frode processuale, intralcio alla giustizia, interruzioni di pubblico servizio. Quasi di serie B rispetto all’idea del gruppo che per oltre vent’anni avrebbe tentato di nascondere in ogni modo i legami di uno stimato medico perugino con le barbare uccisioni del mostro di Firenze. Ma il mistero, appunto, resta. La storia continua a far discutere.

E si discuterà davanti a un nuovo giudice, per esempio, della falsa testimonianza di cui è accusata la donna di servizio della casa al Trasimeno di Narducci. Quella che ha raccontato che Francesco avrebbe lasciato solo un bigliettino, mentre invece il medico prima di sparire ha «lasciato una lettera scritta fittamente su entrambi i lati». Il suo addio. Che fine ha fatto la lettera? Perché la donna ha mentito? E ancora, nei guai resta l’amico di sempre, Alfredo Brizioli. Che dovrà spiegare perché provò a costringere con le minacce, secondo le accuse, il medico legale Gabriella Carlesi «a redigere una consulenza falsa» sulla morte del dottore o perché provò «a negare l’evidenza della frattura del corno superiore sinistro della cartilagine tiroide del cadavere» che poteva far pensare allo strangolamento. Insieme a lui, il giornalista Mario Spezi e l’ex questore Francesco Trio dovranno parlare di quello che per l’accusa fu un tentativo di paralizzare l’attività della squadra anti mostro di Giuttari, che fa sapere che si costituirà parte civile.